Composer & Performer

Espressione musicale e letteraria nelle mie composizioni

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Casa degli Artisti, Milano — 2024Nelle mie composizioni espressione musicale e letteraria non sono due mondi separati: parole, simboli grafici e processo fisico nascono insieme al suono e continuano a vivere accanto a esso. Queste pagine raccontano da dove viene quell’intreccio.

Esibizionismo e impulso artistico

Mi sono impigliato nella musica senza intenzione. Da bambino cercavo un mezzo d’espressione artistica. Recitazione e scrittura mi attiravano come fossero crateri, ma la mia ricerca procedeva in maniera confusa, senza alcun riferimento o guida. Non avevo neanche idea se fossi dotato o meno di qualche particolare talento: quella che sentivo essere la mia vocazione, maldestra e probabilmente destinata — così in cuor mio bruciantemente temevo — al fallimento, era la ricerca dell’artisticità. Mi sfuggiva però il motivo di una tale ossessione.

Allora credevo e temevo si trattasse di semplice e puro esibizionismo. Con gli anni ho cominciato a capire che si trattava effettivamente di esibizionismo, ma che la faccenda era tutt’altro che semplice e pura. L’impulso a esibirsi (oggi direi: a esporsi) corrisponde a una specie di esigenza igienica: evitare di sprofondare all’indentro. Evitare che l’introspezione — altro impulso fondamentale che domina l’infanzia e l’adolescenza in misura spesso soffocante — diventi una rinuncia al mondo e alla vita agìta, diventi una rinuncia, quindi, a sé stessi.

Irradiare verso l’esterno la nostra interiorità ci permette di farla entrare in risonanza con gli altrui mondi dentro. Ci permette di vivere da esseri umani.

Introversione ed estroversione abbisognano l’una dell’altra per diventare ciclo vitalizzante e non mortifero. Esempio palmare, a struttura speculare, delle conseguenze antivitali dell’interruzione di tale ciclo è il fin troppo citato mito di Eco e Narciso. La ninfa Eco — a cui per punizione divina era negata l’estroversione di sé, potendo parlare solo facendo risuonare l’ultima sillaba pronunciata del suo interlocutore, duplicando quindi passivamente la risonanza di qualcun altro — si consumò perduta nell’amore non corrisposto per Narciso, che a sua volta si consumò perduto nell’amore per sé stesso, impigliato in un’interiorità aperta solo verso la passiva duplicazione di sé.

Musica e scorie non musicali

Non so bene perché, ma alla fine fu la musica. Non da sola, però. Altri piani creativi hanno sempre intersecato, nella mia esperienza, il piano della pura prassi musicale. Non per amore d’eclettismo, che di solito inquina la forza dell’espressione estetica, ma perché è così che il mio modo di definirmi dentro e di irradiarmi fuori ha imparato a operare.

Come compositore, per arrivare al nucleo del nodo spirituale che in ogni specifico progetto artistico cerco di portare alla luce, ho ovviamente bisogno di elaborare il suono. Ma ho anche bisogno di definire il processo fisico che l’interprete attuerà per controllarlo, i simboli grafici che mi permettono di sintetizzarne gli aspetti essenziali, e le parole — in prosa e in versi — che mi aiutano a non far evaporare, durante il lungo processo di definizione del manufatto musicale vero e proprio, l’intuizione originaria.

In questo senso espressione musicale e letteraria si alimentano a vicenda fin dal primo abbozzo di un’idea. Processo fisico, simboli grafici e parole non sono, però, solo mezzi per arrivare all’architettura sonora. Certo, trovo importante sforzarmi di piegarli a ciò; ma ordine grafico, corporale e verbale, esplicata la propria funzione di binario poietico, tornano poi come scorie preziose e diventano ulteriore veicolo di arricchimento e approfondimento, reclamando una propria vita autonoma, pur se non necessariamente artistica. Non basta loro la propria fecondità operativa. È come se volessero attraversare all’infinito il ciclo dall’introversione all’estroversione e viceversa, per sviscerare altri aspetti del mio essere. In una parola, vogliono cantare anche loro.

Espressione musicale e letteraria: la poesia come asse verbale

Heinz-Klaus Metzger e Dario Buccino, Perugia 1994Le mie poesie, quando supportano la messa a fuoco di un’idea compositiva non in forma di canzone, non vengono mai — almeno finora — messe in musica. Ciò che cerco di mettere a fuoco scorre al di sotto del dicibile: un’intuizione quasi carnale, che respira con la mia stessa vita. Ma proprio per questa sua tangibilità così estrema, tale da non permettermi subito una distanza che mi consenta di «vederla» e porgerla all’infuori, l’intuizione originaria di una composizione o di un ciclo di composizioni ha per me spesso bisogno di un testo poetico per cominciare a incarnarsi e cristallizzarsi.

Il testo così definito diventa uno slogan magico che mi tiene unito, un asse verbale prezioso, nella deriva a cui mi tocca espormi per spaccare le mie vecchie abitudini creative e per aprirmi come un ombrello metafisico, allungando la mia ombra in zone a me ancora sconosciute. Man mano che vado avanti a masticare il testo, come una fertile foglia allucinogena, emerge però l’esigenza di metterlo poco alla volta da parte, affinché non mi spinga a imporre alla costruzione sonora connotazioni di significato troppo letterali, che limiterebbero la risonanza simbolica dei fatti sonori.

Il testo comunque sopravvive nel pezzo di musica sotto forma di titolo, estratto da uno dei versi: è il caso di cicli come Ma vero o di lavori come Mi dico n. 2+3. Dalla frizione tra l’aura di significati evocata dal titolo e quella evocata dall’accadere sonoro nasce un ulteriore spessore di valenze, percorribile liberamente dalla mente del fruitore e dalla mia.

E quando invece nasce una canzone

Completamente diverso è il destino delle parole quando assecondo l’impulso di comporre una canzone. In quei casi normalmente vedo sorgere in me un’idea che è già un agglomerato di forme verbali e forme sonore. A volte uno dei due fronti avanza per primo nella mia immaginazione, ma si porta sempre dietro almeno l’odore e il sapore delle forme corrispondenti dal fronte opposto.

Perché separo così nettamente la forma canzone dalle mie composizioni principali? E cosa intendo per canzone? Posso dire che provo interesse per la canzone pop e rock, per una certa fisionomia sensuale. Non necessariamente strofa e ritornello, ma comunque qualcosa di analogo: moduli metrici conclusi nel giro di pochi versi e strutture musicali nette e, almeno in parte, ripetute.

Cerco di trasformare questi modelli in qualcosa di personale, ma senza perderne i punti di forza convenzionali: immediatezza (ma non necessariamente semplicità), condivisibilità culturale (ma necessariamente non banalità), brevità. Cerco insomma di individuare modelli archetipici — più che modelli tipici — di forma, armonia (tonale o atonale), ritmo, arrangiamento (spesso chitarra sola, perché non ho voglia di tenere in piedi una band e perché mi esalta diventare basso e batteria vivente; oppure intreccio di solisti, ciascuno massimamente creativo, costruendo la tessitura tramite improvvisazioni sempre diverse di esecuzione in esecuzione, evitando la comodità degli incastri a orologeria tipici dell’arrangiamento pop), canto — o, quando l’impulso ritmico prevale su quello melodico, rap.

Insomma: se deve — meglio: se vuole — essere canzone, che sia davvero canzone.

Le poesie che hanno sostenuto e strutturato il processo creativo di alcune mie composizioni, senza diventare testo pronunciato o cantato, e gli altri testi che hanno preso forma come canzoni, sono raccolti a parte. Le poesie sono numericamente inferiori alle canzoni, perché la loro vita poietica è lunga: come già detto, ciascuna di esse costituisce l’asse poetico e il serbatoio di titoli di un intero ciclo di composizioni, la creazione delle quali può occuparmi per diversi anni.

© Dario Buccino

Per approfondire

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