Composer & Performer

Musica contemporanea: accensione d’affetto

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Un saggio del 2000 sulla musica contemporanea e sul suo rapporto con l’affettività.

Museo delle Marionette, Palermo — foto di Chiara Andrich, 2011Il pregiudizio che più ostinatamente si rifiuta di morire, a proposito della musica contemporanea, è che per diventare più comprensibile quest’ultima debba farsi meno radicale e quindi, secondo la mentalità comune, più facile. A tutta l’arte contemporanea spesso si sente chiedere questo; alla musica con particolare enfasi, perché la difficoltà d’ascolto sembra far soffrire anime e corpi con particolare violenza, più della difficoltà di visione o di lettura. E in effetti la musica, qualunque musica, ha la facoltà di interferire col nostro sistema nervoso in maniera molto diretta; il suono non lascia scampo: in generale sobbalziamo più traumaticamente per un rumore improvviso che per una luce improvvisa…

L’arte non è mai facile

Ma l’arte non è mai facile, a meno che non ci si accontenti del suo contenuto più o meno banalmente letterale. È il caso di ribadire, a costo di affermare un’ovvietà: se, osservando l’Annunciazione di Leonardo da Vinci, ci limitiamo a trastullarci — sembrandoci questa una grande esperienza — nel «pare proprio vero!», e il semplice riferimento al toccante passo delle scritture basta a commuoverci, è chiaro che, posti di fronte agli enormi Blu di Joan Miró, diremo «boh!» o, peggio ancora, «troppo facile!».

Se, ascoltando Ludwig van Beethoven, ci abbandoniamo al relax (comunque sacro, comunque potenzialmente meschino) godendoci il disinvolto piacere dello snocciolarsi dei motivi cantabili, è evidente che immersi nel silenzio di 4′ 33″ di John Cage, in cui dall’inizio alla fine l’interprete non produce un solo suono, ci sentiremo presi in giro e lasciati soli. In tale ottica ridotta, penetrare Leonardo e Beethoven può apparire un atto sacrosanto e naturale e, al contrario, cavarsela con Cage e Miró un’impresa insormontabile e forse perfino sciocca.

Musica contemporanea: un ascolto che chiede impegno

Però: respirare queste opere, tutte, «classiche» o «d’avanguardia», esserne a poco a poco devastati e ridonati alla vita densa dell’esserci sottile… questa è altra cosa, altro lavoro, richiede impegno e comprensione di sé, ascolto attento e disponibile delle proprie reazioni interiori. Un compito difficile e altissimo, tanto nelle opere del presente quanto in quelle del passato.[1]

Eppure, allo stesso tempo, un compito congeniale all’anima — se lo si accetta con slancio, abbandonando le proprie resistenze. Un compito naturale, se vogliamo usare questo ambiguo aggettivo. Non dimentichiamo, infatti, come l’immediatezza primitiva del contatto spontaneo, ovvero apparentemente non intellettualmente elaborato, con l’opera d’arte sia già abbondantemente filtrata dallo spesso strato culturale di cui siamo portatori più o meno consapevoli, e sia già generosamente sostenuta da un’intelligenza segreta e inconscia. Un’intelligenza fusa con la misteriosa potenza dell’impressione sensoriale e intuitiva, pronta a svilupparsi nel tempo e a innervarci di sé in maniera profonda e capillare. È proprio in virtù di questa intelligenza che una formulazione estetica realmente radicale finirà — trascorso il tempo più o meno lungo della propria incubazione in noi — col raggiungerci con l’oscura e luminosa irruenza dell’archetipo.

Non si nega qui che l’accesso alla musica contemporanea sia davvero impegnativo. Si vuole affermare, però, che il puttanismo di una scrittura ammiccante peggiora il problema, rinunciando alla forza paradigmatica dell’espressione autenticamente creativa, e senza solitamente riuscire ad attingere, come compensazione, alla splendida freschezza d’impatto della vera musica popolare (quella nata dall’intersezione tra tradizioni orali e contributi di autori rimasti anonimi) e della vera popular music (quella nata dall’intersezione tra musiche popolari, musiche colte e industria culturale).

Il nemico del Novecento: il sentimentalismo

Teatro Giacosa, Ivrea — foto di Saverio Turano, 2014La musica contemporanea, come ogni musica, può commuoverci infinitamente. Dobbiamo lavorarci tutti: autori, interpreti, ascoltatori. Infinite contingenze storiche — di cui sono consapevole, ma in modo troppo grossolano per tentare di riassumerle qui — ci hanno spinti nel XX secolo a combattere, come prima nemica tra i nemici, la mollezza ipocrita e credulona del sentimentalismo. Ciò che si è trovato non è necessariamente arido o cerebrale, né di portata storica limitata al nostro presente, come sostengono i reazionari: è la forza immanente del suono, che si rischiava di pensare potesse manifestarsi solo nelle sue flessioni melodiche e armoniche a orizzonte tonale o modale. Conquista preziosa.

Ora, però, è arrivato il momento di restituire esplicitamente l’arte dei fatti sonori all’affettività.

Scivolare, a tale scopo, nel sentimentalismo (da sempre assente nel capolavoro e presente massicciamente nella marmellata dei lavori minori) sarebbe una contraddizione in termini: non si dà affettività profonda senza individuazione, autocoscienza, sguardo prospettico sui fatti e sul tempo… Cioè: dura poco, nel petto, nella gola, nel cervello, nella pancia una musica che per commuovere si conceda grossolanità strutturale, volgarità espressiva, banalità stilistica. Quando ciò avviene, reciti mea culpa chi si è permesso un simile atteggiamento, ma lo recitino anche quei compositori che per fuggire grossolanità, volgarità, banalità, sono implosi in arzigogolismo, freddismo, originalismo (tra gli «intellettuali», lo sapete meglio di me, artisti del genere ce ne sono tantissimi, ma ricordiamoci anche che queste accuse venivano spesso mosse, dai loro contemporanei, a Mozart, Bach, Beethoven…).

Tre cose di cui non accontentarsi nella musica contemporanea

Non accontentiamoci, quindi, di una musica che rinunci a scuoterci in emozioni, a riconnetterci a sentimenti, a restituirci alla priorità dell’interiorità estroversa e introversa. L’arte dei fatti sonori può farlo: e ancora non basta… Se vuole farsi carico di emozioni e sentimenti, la musica deve riuscire a spiccarli con tale antigenerica intenzionalità da proiettarli in un orizzonte di senso più universale di quello accessibile nell’esperienza quotidiana…

Non accontentiamoci neanche, d’altra parte, di una musica che non ci costringa allo sforzo intellettuale. La mente, privata delle rassicuranti spiegazioni letteralizzanti, si scioglie, s-catena la propria capacità significante e si allea con l’anima per donarci i frutti più sublimi…

Non accontentiamoci, infine, di una musica che per darci tutto ciò si appoggi esteriormente ai grandi compositori antichi e moderni, imitandone lo stile. Mi sbaglio, o siamo tanto più in Vita quanto più ci individuiamo, spirito, anima e corpo, rispetto ai nostri genitori, per nostri che li possiamo sentire, per fecondo e generoso che sia il loro esempio e ruolo…? E se ciò è vero rispetto a padri e madri biologici, altrettanto necessario sarà attuarlo nei confronti di padri e madri culturali, tanto più che la distinzione è meno reale di quanto solitamente, per debolezza, pensiamo.

Che cos’è l’Opera d’Arte

L’Opera d’Arte è quella che armonizza gli infiniti piani e vettori di forza dell’esperienza profonda o, apparentemente al contrario, ne illumina i legami paradossali e conflittuali. E in ogni caso è quella che affonda nell’enormità complessa e irriducibile di ciò che è umano; non può cavarsela, quindi, né scavando in un punto e una direzione sola, né tralasciando di continuare a scavare in ogni singolo punto e ogni singola direzione.

All’artista si chieda: sguardo ricco — e fondere tutto nel centro della propria urgenza simbolica.

Dario Buccino


[1] Gli enormi classici possono perfino fuorviarci con le loro carezze. È un’osservazione, non una contestazione. Tanto più che è la prospettiva storica a renderci così propensi a sentire carezze nell’arte degli antenati. Chi ha sentito una buona esecuzione di 4′ 33″ (ebbene sì, può essere eseguito più o meno bene!) sa la rara dolcezza di quella carezza…

Per approfondire

© Dario Buccino

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